"Un miliardario vuole salvare la Grecia", titola repubblica.
Tal Peter Nomikos, magnate greco, da buon patriota azzarda l'idea di salvare la Grecia esortando ricchi amici e Greci all'estero a versare mille euro a testa nelle casse di Atene. Guarda un po' che bravo e bel giovane che è questo magnate! Sono già arrivati 2.200.000 euro!
Nulla di male, si penserebbe, ma già arriva la critica: "E' una proposta che aiuterebbe molto poco la popolazione - spiega Adam Lerrick dell'American Enterprise Institute - avrebbe più senso donare i soldi a una fondazione che si occupa di comprare medicine per i greci più poveri". Critica del tutto condivisibile seppur si possa constatare che se effettivamente un'impresa tanto ardua riuscisse, non ci sarebbe perlomeno più la scusa del debito e degli interessi per applicare politiche economiche da impiccagione.
Tuttavia vorrei andare un po' oltre. Questo baldo giovane vuole aiutare il suo popolo, ma lui chi rappresenta? è un ricchissimo imprenditore nel settore dell'enogastronomia, potrà mai diffondere, come detto al WSJ, una "chiamata al cambiamento"? SI sta parlando di una persona del cosiddetto 1% che non incita le istituzioni europee e mondiali a rivedere la regolamentazione finanziaria o cercare di cambiare manovre economiche piuttosto che invocare ad una rivolta generalizzata della popolazione. Nomikos invita alla donazione che, personalmente, mi sembra l'espressione perfettamente compiuta di uno status sociale che si fa valere e mostra la propria compassione per coloro che non sono riusciti nell'impresa di auto-affermarsi individualmente. Non si cerca una soluzione collettiva che si trasformi in azione politica, bensì un aiuto che lascia da parte il tempo di pensare: "Non pensate, non occupatevi di politica, dimenticate le vere cause della loro povertà, e invece agite, mandate soldi, e cosi non avrete bisogno di pensare!"(Vivere alla fine dei tempi, Slavoj Zizek, 2011,p.23)
L'affermazione di un conflitto non viene presa in considerazione, si cerca solo di tappare uno dei tanti buchi, prima che la diga straripi e cosi, continuando a tappare, si mantiene in piedi una barca che non galleggia. Il gesto filantropico rimane mera carezza su un corpo dilaniato e, anzi, si inserisce perfettamente in un contesto socio-culturale in cui non si invita all'affermazione autonoma e cooperativa ma all'apatia diffusa in cui i problemi collettivi vanno risolti individualmente, lasciando in disparte uno degli attori centrali: la popolazione che subisce le politiche economiche.
Ma la speculazione, che come afferma Gainnuli ("uscire dalla crisi è possibile", 2012, p.175) in realtà "non esiste" in quanto è la finanza stessa che da anni si ripete con le stesse forme deregolamentate, non viene posta al centro della critica, il modello economico non viene scalfito anzi, rinvigorito da un ennesimo tentativo di farlo campare.
Ci si poteva aspettare altro? Probabilmente no, ma penso sia utile sottolineare certe tendenze, evitando che si insinuino invisibilmente nella quotidianità, accrescendo quell'anima di morbosa inattività critica che ci sta uccidendo.
Ci si poteva aspettare altro? Probabilmente no, ma penso sia utile sottolineare certe tendenze, evitando che si insinuino invisibilmente nella quotidianità, accrescendo quell'anima di morbosa inattività critica che ci sta uccidendo.