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Immanuel Wallerstein - Rivolte qui, li e in ogni luogo




La rivolta ormai persistente in Turchia è stata seguita da una rivolta ancora più grande in Brasile, che a sua volta è stata seguita da una meno seguita dai media, ma non meno reale, in Bulgaria. Naturalmente, queste rivolte non erano le prime, ma solo le ultime di una serie davvero mondiale di questi ultimi anni. Ci sono molti modi per analizzare questo fenomeno. Io lo vedo come il processo continuo di ciò che era iniziato con la rivoluzione del 1968.

A dire il vero, ogni rivolta è particolare nei suoi dettagli e nei rapporti di forza interni ad ogni paese. Ma ci sono alcune somiglianze che dovrebbe essere notate, se si vuole dare un senso a ciò che sta accadendo e che è decisivo su tutti noi, come individui e come gruppi.

La prima caratteristica comune è che tutte le rivolte tendono a iniziare in una misura molto piccola - una manciata di persone coraggiose che manifestano per qualcosa. E poi, se prendono il via, che è in gran parte imprevedibile, diventano enormi. Improvvisamente, non solo il governo è sotto attacco, ma, in una certa misura, lo Stato come Stato. Queste rivolte sono una combinazione tra  coloro che chiedono al governo di essere sostituito da uno migliore e quelli che mettono in discussione la stessa legittimità dello Stato. Entrambi i gruppi invocano i temi della democrazia e dei diritti umani, anche se le definizioni che danno a questi due termini sono molto varie. Nell'insieme, la tonalità di queste rivolte inizia sul lato sinistro dell'arena politica.

Naturalmente i governi al potere reagiscono. In entrambi i casi si cercano di reprimere la rivolta o cercano di placarla con alcune concessioni, o provano entrambe le risposte. La repressione spesso funziona, ma a volte è controproducente per il governo in carica, portando ancora più gente nelle strade. Le concessioni spesso funzionano ma sono a volte controproducenti per il governo, portando le persone in strada a chiedere richieste maggiori. In generale, i governi cercano più la repressione che le concessioni. E, in generale, la repressione tende a funzionare relativamente nel breve periodo.

La seconda caratteristica comune di queste rivolte è che nessuna di loro va avanti a velocità elevata per troppo tempo. I manifestanti cedono alle misure repressive. O sono in qualche modo cooptati dal governo. O si stancano dell'enorme sforzo richiesto dalle dimostrazioni continue. Questa palese dissolvenza delle proteste è assolutamente normale. Essa non indica il fallimento di quest'ultime.

Questa è la terza caratteristica comune delle rivolte. Tuttavia esse finiscono lasciando un'eredità. Hanno cambiato qualcosa nella politica del paese, e quasi sempre in meglio. Hanno posto qualche questione importante, come ad esempio le disuguaglianze, nell'agenda pubblica. O hanno aumentato il senso di dignità degli strati inferiori della popolazione. O hanno aumentato lo scetticismo circa la verbosità in cui i governi tendono a nascondere le loro politiche.

La quarta caratteristica comune è che, in ogni rivolta, molti che si uniscono, soprattutto se si uniscono in ritardo, lo fanno non al fine di promuovere gli obiettivi iniziali, ma per corrompere la protesta o per portare al potere gruppi di destra che sono diversi da quelli attualmente al potere, ma non per questo più democratici o solleciti ai diritti umani.

La quinta caratteristica comune è che tutti vengono coinvolti in una giocoleria geopolitica. I potenti dei governi al di fuori del paese in cui l'agitazione è in corso, lavorano duramente, anche se non sempre con successo, per aiutare i gruppi che sono favorevoli agli interessi del governo esterno ad arrivare al potere. Questo accade così spesso che, ormai, una delle domande immediate circa una particolare rivolta è sempre, o dovrebbe essere sempre, quali saranno le sue conseguenze in termini di sistema-mondo nel suo complesso. Questo è molto difficile, in quanto le potenziali conseguenze geopolitiche potrebbero indurre a voler andare in direzione opposta al senso antiautoritario iniziale.

Infine, ricordiamo in questo, come in tutto ciò che sta accadendo ora, che siamo nel bel mezzo di una transizione strutturale da una economia-mondo capitalistica in dissolvenza a un nuovo tipo di sistema. Ma questo nuovo tipo di sistema potrebbe essere migliore o peggiore. Questa è la vera battaglia dei prossimi 20-40 anni, e come ci comportiamo qui, là e ovunque deve essere deciso in funzione di questa battaglia politica mondiale fondamentale e importante.


Cos'hanno in comune Bosnia, Bulgaria e Brasile?


Fonte: Roarmag.org


Ancora una volta, sta dilagando: dalla Turchia alla Bosnia, alla Bulgaria al Brasile, la lotta senza fine per la democrazia reale risuona in tutto il mondo.


Cosa hanno in comune un parco a Istanbul, un bambino a Sarajevo, un capo della sicurezza a Sofia, una stazione televisiva ad Atene e dei biglietti dell'autobus a San Paolo? La sequenza casuale può sembrare, in un primo momento, un tema comune che attraversa e li collega tutti. Ognuno rivela, a suo modo particolare, l'aggravarsi della crisi della democrazia rappresentativa, nel cuore del moderno stato-nazione. E ciascuna ha, di conseguenza, dato luogo a proteste popolari che hanno a loro volta scatenato manifestazioni a livello nazionale, occupazioni e scontri tra la popolazione e lo Stato.

In Turchia, i manifestanti sono scesi per le strade scontrandosi con la polizia antisommossa per più di due settimane, in risposta ai tentativi del governo di abbattere degli alberi e riesumare una vecchia caserma di epoca ottomana nella posizione amata del Parco Gezi di Istanbul. Ma, come ho indicato in una lunga analisi delle proteste, la violenta repressione della polizia su # OccupyGezi è solo la scintilla che accende il prato, che permette ad una vasta gamma di lamentele di esplodere, in ultima analisi, nella crisi della rappresentanza al cuore del regime neoliberale autoritario di Erdogan.

Ora, proteste con simili rimostranze locali, apparentemente "banali", hanno fatto scoppiare proteste di masse da altre parti. In Brasile, le proteste su piccola scala contro un aumento dei costi di trasporto a San Paolo hanno rivelato l'estrema brutalità delle forze di polizia, che hanno aggredito violentemente i manifestanti - spruzzando spry urticante ad un cameraman, sparando in occhio ad un fotografo con un proiettile di gomma, e arrestando coloro che usavano l'aceto per proteggersi dal gas lacrimogeni. Dopo quattro notti di repressione violenta in questa settimana, le proteste sembrerebbero acquistare slancio.

Stufi della crescente inflazione, delle infrastrutture fatiscenti e dei persistenti alti tassi di disuguaglianza e crimine, molti brasiliani si sono semplicemente indignati che il governo sia disposto a investire miliardi in progetti faraonici che non solo ignorano la difficile situazione del popolo, ma che la minano attivamente.La militarizzazione e la distruzione delle favelas e dei villaggi indigeni in vista della Coppa del Mondo 2014 e delle Olimpiadi del 2016 sono un esempio calzante. Come al solito, il Partito dei Lavoratori sembra più preoccupato di compiacere al capitale piuttosto che aiutare i lavoratori.

Nel frattempo, a Sarajevo, l'incapacità di una famiglia di ottenere l'identificativo di viaggio per il loro bambino malato - che ha bisogno di cure mediche urgenti che non può ricevere in Bosnia-Erzegovina - ha esposto i difetti fondamentali al cuore dello stato post-jugoslavo nominalmente democratico. Il 5 giugno, mentre il governo era impegnato a negoziare con i banchieri stranieri per attrarre nuovi investimenti, migliaia di persone hanno occupato la piazza del parlamento, bloccando temporaneamente i politici della nazione dentro e costringendo il premier a fuggire attraverso una finestra.

Mentre le competizioni tra le fazioni etniche si contendono il potere politico, il popolo bosniaco continua a soffrire. Giocando la carta della religione e della razza, i politici bosniaci sperano di tenere il popolo diviso, pur mantenendo il bottino finanziario di investimenti esteri e i prestiti allo sviluppo della Banca mondiale. Ma in un segno che le divisioni etniche sono costruzioni più politiche che sociali, i manifestanti di OccupySarajevo hanno ora un semplice messaggio per i loro uomini politici: "siete tutti schifosi, non importa a quale gruppo etnico appartenete."

Venerdì scorso, la Bulgaria ha aderito all'onda di lotte che ha avuto inizio in Tunisia e in Egitto nel 2011 e che è stata recentemente rilanciata attraverso la rivolta turca. Dopo la nomina del magnate dei media (e della mafia) Delyan Peevski come capo della Agenzia di Stato per la sicurezza nazionale, decine dimigliaia sono scesi per le strade di Sofia e in altre città in tutto il paese per protestare contro la sua nomina, che è stata approvata dal parlamento senza alcun dibattito e con soli 15 minuti tra la sua nomina e la sua (pre-garantita) elezione.

Cantando "mafia" e invitando Peevski a dimettersi, i bulgari stanno avvertendo i loro politici che un limite è stato raggiunto. Da quando il passaggio dal comunismo al capitalismo di stato democratico ha dato il potere a una piccola minoranza di oligarchi di arricchirsi nutrendosi dei possedimenti pubblici dello Stato, la Bulgaria è stata efficacemente governata da una mafia cleptocrata. Come in ogni stato capitalista, le élite politiche e di business sono diventate un'unico, minando la promessa di democrazia, i Bulgari sono stati portati presso la cosiddetta fine della storia.

La Grecia, infine, sembra essersi svegliata dal sonno indotto dall'austerità. A seguito della decisione del servo neoliberista della Troika, Antonis Samaras, di chiudere l'emittente pubblica ERT dello stato durante la notte e di licenziare i suoi 2.700 lavoratori senza alcun preavviso di sorta, i lavoratori di ERT hanno semplicemente occupato la TV e le stazioni radio e hanno continuato a emettere i loro programmi attraverso il livestreaming, rendendo ERT la prima emittente pubblica a conduzione operaia in Europa. I lavoratori ERT da allora sono stati raggiunti da decine di migliaia di manifestanti e lavoratori, che il giovedì hanno tenuto uno sciopero generale nazionale per protestare contro la chiusura.

A prima vista, può sembrare che queste proteste siano tutte semplici risposte a rimostranze locali, e come tale deve essere letto. Ma mentre ogni contesto ha le  proprie specificità che devono essere prese in considerazione, sarebbe ingenuo ignorare i temi comuni che le uniscono. Come il mio amico, collega e compagno di ROAR Leonidas Oikonomakis ha appena sottolineato in un nuovo articolo di opinione, la rivolta turca può essere iniziata per un paio di alberi, ma non dobbiamo nasconderci il bosco: la dimensione strutturale evidente a giocare in questa nuova ondata di lotte.

Se diamo uno sguardo più da vicino a ciascuna delle proteste, troviamo che esse non sono così locali, dopo tutto. In realtà, ognuna di loro, in un modo o in un altro, si occupa della crescente invasione degli interessi finanziari e del potere aziendale sui processi democratici tradizionali, e la profonda crisi della rappresentanza che questo ha operato. Inoltre, le proteste mostrano una nascente consapevolezza che le pratiche di divisione e dominio della classe dominante ovunque - espone la religione contro il secolare, i bosniaci contro i serbi, i neri contro gli indigeni contro i bianchi, i poveri contro gli un po-meno-poveri, e i 'nativi 'contro gli immigrati - sono solo parte di una strategia per impedirci di realizzare il nostro potere.

In una parola, ciò a cui stiamo assistendo è quello che Leonida Oikonomakis e io abbiamo chiamato la risonanza della resistenza: le lotte sociali in un unico luogo nel mondo trascendono i confini locali e sono di ispirazione per altri manifestanti altrove, per prendere la situazione nelle proprie mani e sfidare i propri governi per realizzare una vera libertà, la giustizia sociale e la democrazia reale. La risonanza di queste lotte attraverso i confini nazionali, etnici e religiosi ci dice che tre decenni di pace neoliberale, a partire dalla fine della storia, non erano davvero "pace" per tutti, erano solo la vittoria temporanea di una parte in una guerra mondiale nascosta di classe.

Ora è giunto al termine. Una nuova sinistra è cresciuta, ispirata da uno spirito fresco di autonomia che da tempo si è purificato dai retaggi ideologici stantii e dalle collettivi auto-illusioni che animavano i conflitti politici della guerra fredda e oltre. Un canto dei manifestanti a Sao Paulo ha rivelato tutto: "La pace è finita, la Turchia è qui!" E così sono Bulgaria, Bosnia e Grecia - così come Tunisia, Egitto, Spagna, Cile, Messico, Québec e ogni altro luogo al mondo in cui le persone si sono ribellate nella lotta globale per la democrazia reale.

La minacciosa linea di fondo per chi è al potere è semplice: noi siamo ovunque. E questa occupazione globale? E 'appena iniziata.

CasaPound ci prova: invertire la realtà dello squadrismo fascista

Ci prova CasaPound facendo girare la seguente nota:

Tonini: ‘’ricordare è doveroso, inaccettabile presenza nostalgici di Tito”

Verona, 12 feb. – “Non possiamo accettare che all’interno dell’università di Verona si organizzino iniziative di stampo negazionista riguardo il dramma delle Foibe e dell’esodo del popolo giuliano dalmata”. Lo afferma in una nota Lorenzo Tonini, responsabile di CasaPound Italia a Verona, che, in merito a quanto avvenuto oggi in ateneo tra i collettivi antifascisti e il Blocco Studentesco, spiega: “Ci trovavamo all’ingresso del Polo Zanotto, dove avevamo organizzato una mostra in ricordo dei martiri delle Foibe, quando siamo venuti a conoscenza del fatto che i Collettivi, nonostante la loro iniziativa fosse stata giustamente annullata, stavano organizzando una conferenza non autorizzata di stampo negazionista all’interno di un’aula dell’università’’.

“Abbiamo ritenuto doveroso mostrare il nostro dissenso rispetto ad un simile atteggiamento – prosegue Tonini – recandoci verso l’aula dell’iniziativa per chiedere chiarimenti. I collettivi antifascisti, già preparati, hanno risposto utilizzando armi come spray urticanti e oggetti contundenti. Ci siamo difesi e successivamente abbiamo organizzato un piccolo presidio nel cortile dell’università per spiegare l’accaduto, ribadire il nostro diritto alla libertà d’espressione e quello dei martiri delle Foibe ad essere degnamente ricordati”.

Evidentemente ci credono tutti degli stupidi. La digos e la polizia che giravano fin dal primo pomriggio sapevano che l'incontro c'era l'intenzione di farlo e altrettanto sapevano loro non "quando siamo venuti a conoscenza " e bla bla e cioè a 45 minuti dall'incontro più un ulteriore discussione di circa mezzora con il responsabile amministrativo.

Incontro sulle foibe - SQUADRISMO FASCISTA OGGI a Verona


Squadrismo fascista. Non ci sono altri concetti per definire quello che è successo oggi, 12 febbraio 2013, all'università di Verona in presenza di un incontro sulla questione delle "foibe" con la storica Alessandra Kersevan.  Il resoconto sarà un po' lungo, ma capite che è necessario chiarire tutto. 
Partiamo dall'inizio, ma se non avete voglia della suspance andate alla fine.


    1. L'università del potere

I collettivi studenteschi Pagina 13 (che è riconosciuto dall'università e quindi riceve fondi di rimborso per organizzare eventi) e Studiare con Lentezza organizzano un incontro con Alessandra Kersevan dal titolo "Foibe : tra mito e realtà". Un incontro che viene organizzato in università con la procedura di un iter amministrativo per la concessione di un aula che, dopo aver avuto la firma di due professori che approvano l'iniziativa, viene concessa. La notizia dell'incontro subito non desta scandalo. D'altronde, non ci sono ragioni per che lo causi visto che un incontro sulle foibe è stato presentato all'Istituto veronese di storia della resistenza e dell'età contemporanea con Costantino Di Sante, a cui hanno presenziato anche esuli e in cui non ci sono stati particolari disordini. Tuttavia il giorno 11 compaio sull'evento facebook dell'evento le prime polemiche, un commento le apre. Critiche che criticano il fatto che ci siano una storica "revisionista" o, peggio ancora, "negazionista". Critiche riprese da un comunicato ufficiale di CasaPound Verona . Nei commenti si trovano risposte provocatorie ma anche risposte puntuali che fanno notare che si tratta di  ricerca storica  e quindi di una discussione che è aperta a dibattiti e dubbi e, se si è contrari alle tesi e interpretazioni, aperta a riceve revisioni, sulla base di fonti. 

Post res perditas


                                                    (scritto nel mese di settembre 2012)

In un libro ricco di riferimenti e collegamenti, di difficile lettura ma cosparso di riflessioni profonde
Slavoj Zizek, noto filosofo, in un capitolo dedicato al ritorno della critica dell'economia politica, afferma che "l'economia non può essere ridotta a una sfera di un "ordine dell'essere" positivo precisamenente nella misura in cui essa è già sempre politica, nella misura in cui la lotta politica ("di classe") ne costituisce il nucleo stesso"1. Accettando l'economia come forma politica essa diviene direttamente campo di conflittualità, di scontro politico.

Nel corso del suo ultimo mandato iniziato nel 2008 e terminato nel 2011, l'ex premier Silvio Berlusconi divenne il soggetto protagonista di una serie di scandali che lo portarono a peggiorare la sua posizione come attore nella scena politica nazionale e internazionale. La sua storia è costellata di scandali, gaff e inchieste giudiziarie. Gli scandali sessuali, l'abuso di potere e lo strappo con Gianfranco Fini portarono, nel corso del 2010, all'insorgere di un movimento interno alle istituzioni che spingeva per le dimissioni del leader del Pdl. Già a novembre 2010 l'Economist ne auspicava l'uscita di scena e contemporaneamente premeva per l'avvento di un "nuovo campione"2. Un anno dopo avverranno le effettive dimissioni del Cavaliere e, nel contempo, verrà nominato premier, con il compito di creare una squadra di governo, l'economista neo-senatore a vita Mario Monti. La svolta avviene con la nomina da parte del presidente della repubblica Napolitano e le dichiarazioni di Berlusconi che assicurano le sue dimissioni3. La reazione pubblica fu infuocata, la felicità per la fine dell'esperienza berlusconiana esplose nelle piazze, anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia si pronunciò favorevolmente sostenendo che Monti "ci aiuterebbe ad uscire dalla crisi"4. Assistiamo in questa fase all'imporsi di un governo di tecnici che da parte degli schieramenti di centro e centro-sinistra vengono accolti come alternativa valida e necessaria ad un sipario politico (quello berlusconiano) giunto ormai in metastasi. Quest'ultimi vengono presentati all'opinione pubblica come esperti con le competenze necessarie a guidare un governo che non sia politicamente schierato e che quindi possano riuscire a varare alcune riforme che oltrepassino i limiti di una politica ideologica. La crisi che imperversa senza tregua dal 2008 ha infatti messo in evidenza le carenze strutturali ed economiche di diversi Paesi, in particolare dei cosiddetti PIIGS. La congiuntura economica ha premiato a pieni titoli l'Italia all'interno di questo gruppo di "maiali". Seguendo la logica del "buonsenso", si rese evidente la necessità di dover diminuire la spesa pubblica (infatti in Italia il rapporto debito/pil si aggirava intorno al 120%; ed è considerato dai media e dai politici il problema fondante della crisi) per riuscire ad abbattere quel massiccio debito e, di conseguenza, cercare lentamente di ricreare le condizioni della vita politica precedente all'avvento dell'odierna crisi economica.

La repressione non dorme. Sui fatti del 14N



Camilla Cederna scriveva nel 1975, in introduzione al suo libro "Sparare a vista":
Questo libro è stato scritto perché niente è cambiato in questi ultimi anni, perché dal 1969 ancora continua quella "strategia della tensione", che sarebbe meglio chiamare "tecnica del regime", e che da allora non esplode soltanto con gli attentati, ma vive e prospera in simbiosi con le violente intemperanze della polizia, con le violazioni della legalità democratica, con le protezioni della magistratura, la complicità e le direttive dei politici, le garanzie di impunità a poliziotti e questori e, più in alto, a generali e ministri.

Gli anni in cui scriveva erano gli anni di piombo,   quando manifestazioni, scioperi, bombe, arresti e morti erano all'ordine del giorno. Quando elementi delle istituzioni statali lavoravano intensamente per criminalizzare un'area politica, la sinistra istituzionale e non, usando come artefici i suoi opposti, la destra neofascista nel tentativo di spostare l'assetto governativo dalla deriva di centro-sinistra ad una forma maggiormente autoritaria di governo. Questo fu attivato grazie all'intervento di attori sociali diversi: neofascisti, politici, forze dell'ordine, giornalisti.
Tuttavia, se la particolarità di quel preciso contesto era la commistione tra istituzioni e forze di estrema destra attraverso attentati da attribuire alla sinistra extra-parlamentare, i lineamenti che caratterizzano la gestione dell'ordine pubblico già dal primo governo repubblicano di De Gasperi tra il 1948-1953, con ministro dell'Interno Mario Scelba, hanno mantenuto alcune variabili che, in quella frase delle Cederna non vengono nascoste: violente intemperante della polizia, violazioni della legalità democratica, protezioni della magistratura, complicità e direttive dei politici, garanzie di impunità a poliziotti e ministri.

Vandana Shiva - collegamenti tra politiche economiche globali e violenza sulle donne



fonte: One Billion Rising


La strenua e coraggiosa vittima dello stupro di gruppo di Delhi ha esalato il suo ultimo respiro il 30 dicembre 2012. Questo articolo è un omaggio a lei e alle altre vittime della violenza contro le donne.

La violenza contro le donne è antica quanto il patriarcato. Ma si è intensificata fino a diventare più pervasiva nel recente passato. Ha assunto forme più brutali, come la morte della vittima di stupro di gruppo a Delhi e il suicidio della 17enne, vittima di stupro a Chandigarh.

I casi di stupro e casi di violenza contro le donne sono aumentati nel corso degli anni. Il National Crime Records Bureau (NCRB) ha riportato 10.068 casi di stupro nel 1990 che sono aumentati a 16.496 nel 2000. Con 24.206 casi nel 2011, l'aumento dei casi di stupro è incredibilmente del 873 per cento dal 1971, quando NCRB iniziato a registrare i casi di stupro. E New Delhi è emersa come la capitale dello stupro dell'India, che rappresenta il 25 per cento dei casi.

Il movimento per fermare questa violenza deve essere sostenuto fino a che la giustizia sia fatta per ognuna delle nostre figlie e sorelle che sono state violentate.

E mentre noi intensifichiamo la nostra lotta per la giustizia per le donne, abbiamo bisogno di chiederci perche i casi di stupro sono aumentati del 240 per cento dal 1990, quando le nuove politiche economiche sono state introdotte. Abbiamo bisogno di esaminare le radici della crescente violenza contro le donne.

Potrebbe esserci una connessione tra la crescita delle violenze, le politiche non democratiche, ingiuste e economicamente inique imposte e la crescita dei crimini contro le donne?

Credo che ci sia.

Gli psicologi scoprono "l'illusione della fine della storia"

Fonte: roarmag

di Jerome Roos


Gli scienziati sostengono che un fenomeno psicologico rende le persone incapaci di anticipare i cambiamenti futuri riflettendo un "fallimento dell'immaginazione personale"


Questa settimana, Science ha pubblicato un'affascinante ricerca psicologica con profonde implicazioni sociali, politiche e filosofiche. In un grande studio, tre psicologi dall'Università di Harvard e Virginia  hanno misurato le personalità, i valori e le preferenze di oltre 19,000 persone, scoprendo che le persone di tutte le età - anche se affermano di aver cambiato molto in passato - tendono a sottovalutare sistematicamente la possibilità che i propri valori, le proprie personalità e preferenze possano cambiare il futuro. 

Doppiando la convinzione "l'illusione della fine della storia", gli autori concludono che "le persone, sembra, considerano il presente il momento di svolta in cui finalmente diventeranno la persona che saranno per il resto della vita". Lo studio continua nell'elencare le conseguenze pratiche, inclusa la tendenza a pagare più del dovuto per future opportunità allo scopo di abbandonarsi alle preferenze del presente. Ma di tutte le implicazioni possibili, la più ovvia non è esplicitamente scritta dai ricercatori. 

Erga Omnes

Il 28 dicembre 1969 usciva nella rubrica "Osservatorio", a p. 3 de L'Arena, il quotidiano locale di Verona, un articolo  firmato Arnaldo Sevesti, dal titolo "La lezione dell'autunno". Letto quarantatré anni dopo, l'articolo potrebbe avere ancora validità, nel particolare contesto italiano di oggi. Un articolo che preso nei suoi concetti  potrebbe essere ripubblicato senza perdere valore o significato.  Di cosa parla? L'articolo si concentra sulla fine della "trattativa" che portò alla firma del contratto dei metalmeccanici. Ciò che lo rende attuale è l'aspra critica al movimento dei lavoratori dissidenti - in agitazione, coloro che sono scesi in pizza - in favore di un'ipotetica politica - economica in particolare - erga omnes (come Monti ha definito la sua "agenda"). Scriveva infatti Sevesti che dopo il caldo autunno di rivendicazioni e scioperi, attendeva all'Italia un inverno rigidissimo e questo a causa del "deperimento in cui si trova[va] l'economia nazionale". Un deperimento a sua volta raggiunto per colpa dei sindacati che "non hanno combattuto una battaglia soltanto contro la loro controparte – gli industriali – ma contro lo sviluppo economico". Attraverso le agitazioni di piazza gli operai non hanno migliorato la loro situazione ma, viceversa, l'hanno peggiorata perchè la brusca ricaduta economica ha fatto calare il loro potere d'acquisto, cosicchè che se non avessero protestato ma avviato vere trattative e non imposto un " diktat senza considerare l'esigenza dell'economia" la loro situazione ne avrebbe giovato. 
Parallelamente oggi, l'Agenda Erga Omnes, la scomposizione necessaria delle parti che Mario Monti sta cercando di avviare, si pone come pensiero unico aspramente chiuso a critiche, rigidamente dogmatico nelle sue considerazioni e violentemente reazionario nel non volersi aprire al confronto. Il pluralismo democratico viene infatti declinato nella situazione emergenziale che implica politiche di austerità intoccabili se non a costo di compromettere lo sviluppo economico. Un'aurea religiosa investe il ruolo del Premier, messia in grado di fare ciò che gli altri non possono. In questo quadro il bipolarismo forzato che si cercò di costruire dopo la crisi della prima repubblica, viene lasciato al passato per passare ad un momento di consociazione "necessario" al bene del Paese. Tuttavia già precedentemente le formazioni politiche più influenti hanno teso verso il centro, arrivando fino ad oggi dove gli eredi del PCI (e quindi del compromesso storico) sottoscrivono fiscal compact e direttive europee senza tentare movimenti di critica. 
In questa quadro il conservatorismo di ieri è lo specchio del conservatorismo di oggi, di una repubblica che non ha le capacità di oltrepassare momenti di crisi ponendosi come anello di un possibilmente più ampio moto di progressione democratica. 

Oltre il concetto di partitocrazia


Manuel Castelles è un sociologo, autore che apprezzo molto per le sue analisi rigorose, di cui si trovano "opinioni" anche su Internazionale. L'ultimo scritto, che esce domani (21 dicembre 2012), di Castelles su Internazionale mi da l'opportunità di approfondire un tema particolarmente delicato. Il titolo è "La partitocrazia italiana e i movimenti", un tema che mi è molto caro sia dal punto di vista politico che storico. Un tema però non facile, soprattutto se l'analisi è offerta da un attore esterno alla vita politica, travagliata, dell'Italia e alle dinamiche che sono incorse nel Paese durante più di sessant'anni di repubblica. In questo caso il termine partitocrazia, che sembra riemergere ad ogni grave crisi politica e che verrà affiancato in tempi recenti a quello di casta, ha un contesto storico ben preciso che si colloca alle radici, alla nascita, della repubblica e che, quindi, sarebbe ora di sorpassare. Questo lessico infatti si forma nei primi anni del dopoguerra, precisamente nel 1949 per opera dello studioso Giuseppe Maranini. Il periodo in cui si forma sono gli anni di Guglielmo Giannini, dei monarchici di  Salvatorelli (chiamato da Giannini "Servitorelli") e del Movimento Sociale Italiano. La caratteristica che lega queste realtà diverse è l'avversione tenace alle istanze che si sono formate successivamente al fascismo, facendolo, però, da una prospettiva vagamente di destra, cioè dal conservatorismo eversivo, tendenze "tenacemente abbarbicate nei bassifondi dell'anima italiana". Tendenze che si sviluppano in un contesto di scarsa rappresentatività parlamentare dei suddetti attori:
Questa frustrazione si espresse nel rifiuto dell'ideologia legittimante la Repubblica, l'antifascismo; o più direttamente nell'ostilità ai partiti, a cominciare ovviamente da quello comunista ma spesso continuando con quello democristiano; e magari nella ripulsa nei confronti dell'intero sistema[...]  (Salvatore Lupo, partito e antipartito, Donzelli 2004, p.7) 

In questo caso il nome, e il concetto che ne è derivato, del movimento di Guglielmo Giannini, L'uomo Qualunque/qualunquismo, serve a caratterizzare il concetto di partitocrazia, ovvero un'avversione al sistema partitico basato sugli "umori", su necessità che si contestualizzano in determinati eventi singolari e che, in quanto tali, sviluppano una conflittualità che non è in grado di rendersi duratura. Gli umori sono passeggeri e di conseguenza anche la conflittualità che creano diventa qualcosa di breve e caratterizzato da una forte ventata populista, da una analisi della realtà che non è capace di andare oltre agli aspetti puramente materiali e "di pancia" del momento. Infatti è questo il motivo per cui il movimento di Giannini non è riuscito a durare più di un paio d'anni. 

Tuttavia oggi la realtà si è spostata. Il termine partitocrazia non è mai morto, ma ha avuto la possibilità di tornare all'attenzione durante la crisi della prima repubblica e, oggi, torna alla ribalta durante la crisi della seconda. A sfruttarlo oggi sono movimenti di "sinistra"che, aggiungendo il termine casta, hanno l'opportunità di catturare sacche di voti avviando  un vittimismo alla ricerca del capro espiatorio. Castelles scrive che queste tensioni, che si concretizzano nel movimento arancione e nel M5S, nonchè le primarie dirette del PD, stanno trasformando la vita politica italiana, andando a scardinare quella che definisce la "malattia senile della democrazia", cioè la partitocrazia, creando invece "forme embrionali di rifondazione della democrazia". 


Io credo invece che le tensioni profonde, non solo del popolo italiano, che riescono ad evadere dai limiti imposti dalla cultura in cui si nasce, e quindi l'avversione a forme troppo gerarchiche e di rappresentanza di gestione del potere, non debbano essere ri-imprigionate in queste nuove celle. Celle che rinchiudono una tensione libertaria all'interno di una logica di parlamento. Dove molti movimenti riescono ad andare oltre, avversando la vita parlamentare, quest'ultimi, inneggiando alla partecipazione istituzionale rinchiudono la partecipazione in una rappresentanza "più morale". E'nella quotidianità delle relazioni esterne alle istituzioni che creano socialità e forme alternative di vita che si rifonda la democrazia, non nel perpetuo, auto-assolutorio e periodico processo alla "partitocrazia" e alla "casta".




é pericoloso dire al popolo che le leggi non sono giuste, giacchè vi obbedisce solo perchè le crede giuste. Per questo motivo è necessario dirgli allo stesso tempo che bisogna obbedirvi perchè esse sono leggi, come bisogna obbedire ai superiori non perchè essi siano giusti, ma perchè sono superiori. (Pascal)

Cadere dalle scale oggi. Violenza sulle donne: e le istituzioni?

Oggi, 4/12/2012 si è tenuto in aula T.5 del polo Zanotto dell'Università di Verona, un incontro sulla violenza sulle donne organizzato dal collettivo femminista Towanda, di seguito le registrazioni degli interventi. Purtroppo il registratore si è scaricato prima dell'inizio della discussione, che è stata molto interessante, quindi accontentatevi!

La maggior parte delle violenze sulle donne avviene in ambito familiare. E le leggi dello Stato italiano proteggono le donne dai maltrattamenti, dagli stupri, dalla violenza psicologica ed economica. Ma come agisce chi le deve concretamente applicare?
E, nonostante sia un tema terribilmente attuale, cosa sappiamo davvero della violenza di genere e delle forme che può assumere?

Ne parleremo insieme a Daniela Danna, ricercatrice dell'Università degli Studi di Milano e autrice del libro "Stato di famiglia. Le

 donne maltrattate di fronte alle istituzioni" e a Federica Panizzo, avvocato penalista che ci illustrerà la sua recente ricerca sulla violenza di genere.


La sinistra sbiadita



In verità è improprio definire "democrazia" un sistema politico nel quale il voto è merce sul mercato politico, e l'ingresso in Parlamento comporta una fortissima "spesa" elettorale da parte dell'aspirante "rappresentante del popolo". (Luciano Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, p. 27)

E' molto triste assistere ai conflitti interni al Pd; sono tafferugli banali, che vengono venduti per determinanti. L'ultima notizia a saltar fuori è Renzi che afferma che "Io penso che la sinistra sia Obama non Rosy Bindi". E' un problema che sembra più serio del previsto dato che Renzi si scontra continuamente con chi lo giudica di destra. La domanda, tuttavia,  non si deve neppure porre, per il semplice motivo che il Pd, a prescindere, non è sinistra. Non nascondo di essere piuttosto "massimalista", ma qui la questione mi sembra abbastanza semplice. Come fa a essere di sinistra la Bindi, figlia della Democrazia cristiana? Come fa a essere di sinistra un presidente che moltiplica le truppe in afghanistan, allarga il fronte al pakistan, bombarda la Libia, supporta finchè può i dittatori dell'Africa del Nord, supporta e incoraggia l'omicidio di massa di un popolo?

Sulla difesa strenua della Costituzione

Non sono un costituzionalista, non sono un esperto di diritto costituzionale e di diritto in generale. Sono un semplice studente di storia che si pone delle questioni. Zagrebesky in una intervista a Repubblica afferma che la Costituzione è stata svuotata e quindi afferma che "vorremmo un partito che dicesse: la Costituzione è il mio programma."
Sempre le belle parole di difesa della Costituzione come se quest'ultima fosse il sancta sanctorum della politica. Ebbene anche se fossi il più sincero dei parlamentaristi repubblicani avrei a che ridire sulla Costituzione. Per il semplice fatto che è stata creata in un determinato contesto storico e, in quanto tale, non tutto rimane invariato. Cambiano contesti, si modificano variabili e se ne inseriscono di nuove. Non si può pretendere di difendere cosi strenuamente un oggetto immobile. La nostra è una Costituzione rigida, ovvero necessita di un procedimento aggravato per la sua modifica. Tuttavia essere strenui difensori di questo feticcio non ci porta ad essere alfieri dell'onestà, della meritocrazia, della buona politica e di tutta la retorica politicamente corretta. Zagrebesky afferma che già l'art.1 ("L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro") rappresenta uno degli innumerevoli esempi di virtuosismo della nostra Costituzione.
Bene, io voglio continuare nella lettura. Mi scende di poco l'occhio e all'art.3 e 4 (e poi continua art16, 17 etc) si dichiara un'affermazione che, per quel che mi riguarda e quel che penso debba essere definito un Paese civile o una società equa, dal mio punto di vista non può essere che lesiva nei confronti di un'ampia parte di popolazione.

Salvo Vaccaro - Riflessioni sull'anarchismo contemporaneo



A Verona ci sono stati due interessanti incontri - con successive discussioni - in cui Salvo Vaccaro, professore di filosofia politica, ha riflettuto a partire dagli studi post-strutturalisti. Qui di seguito vi ripropongo la registrazione di uno di questi in cui il prof. Vaccaro presenta il libro "Pensare altrimenti", in cui vengono offerte diverse riflessioni sul cosiddetto "post-anarchismo" ovvero quello sviluppo dell'anarchismo contemporaneo che, partendo dalle riflessioni di pensatori come Foucault, Deleuze, Derrida et,c ha rinnovato lo studio dell'anarchismo con categorie nuove.





Jeremy Brecher - Il potere dei senza potere



Fonte: Tidal 3
Jeremy Brecher è storico autore di diversi libri sui movimenti sociali e storia del lavoro. Per altro guardare qui

L'1% possiede la parte del leone della ricchezza del mondo; loro dominano i sistemi politici del mondo; loro comandano eserciti, polizia pesantemente armata e soldati; le loro opinioni sono propagate da un altro esercito di media e Flack accademici.Eppure sappiamo che i movimenti sociali e popolari che vanno dall'abolizionismo al movimento americano per i diritti civili, dal Movimento di Liberazione della Donna al polacco Solidarnosc, dal movimento latino-americano di democratizzazione fino a Occupy Wall Street, hanno cambiato le società.Come possono avere effetti così potenti quando sono costituiti da persone che sembrano - e si sentono - così impotenti all'interno delle istituzioni esistenti e quando si oppongono a tale massiccia concentrazione di potere?

Il dialogo democratico: il manganello

A Roma, il 10 settembre, una manifestazione degli operai ALCOA, a roma, il 10 settembre, il dialogo democratico. C'è una sorta di costante legata ai governi, siano essi "ancien regime" oppure democratiche forme di potere del popolo: il manganello, il dialogo dell'autorità. La differenza è però fine e, allo stesso tempo, abissale. Da una parte ci sono i regimi totalitari, dittatoriali, i golpe e i militari; dall'altra i governi eletti dal popolo. Ma in mezzo a questa fangosa linea di demarcazione, una sottospecie di legge irremovibile, un "sommerso" che non si rimuove: l'uso sistematico di forme di soppressione del diritto d'espressione. Il diritto che, teoricamente, viene garantito dalla costituzione. Si aggira lieve la convinzione che, con la fine del fascismo e l'arrivo della costituzione e delle elezioni, sia arrivata la democrazia, il potere del popolo di quell'antica ed esotica Grecia. Eppure non ha fatto in tempo a finire il fascismo che gli italiani, spaventati dai sovietici alle porte di san Pietro, hanno eletto al potere la Democrazia Cristiana. Alcide De Gasperi e con lui il buon vecchio ministro dell'interno Scelba. Si Scelba, lo stesso della famosa legge sull'apologia di fascismo con cui si tentò di estromettere il Movimento Sociale Italiano dal gioco politico(per interesse di partito ovviamente, non per coerenza). E con Scelba ci fu la celere di Padova e i "rastrellamenti". Bè, ma passata la Balena Bianca e con arrivo del governo di centro-sinistra e, poco dopo, di un tentativo di compromesso con il PCI, l'aria sarà cambiata, no? No. L'aria non cambia, peggiora. L'uso delle armi durante le manifestazioni rimane. Arrivano poi gli anni della modernità, gli anni 80, del miracolo italiano, i movimenti dell'85, la pantera, arriva poi genova, arriva poi ALCOA. Tutta una carrellata di movimenti, manifestazioni e sommosse che puntualmente "dialogano" con la polizia. 
Chissà che il dialogo, prima o poi, non lo vincano i cittadini. 

Elezioni libiche e democrazia


La libia al voto: Evviva la Democrazia! Democrazia con la D maiuscola!
Obama può felicitarsi che le elezioni libiche rappresentano "un'altra straordinaria pietra miliare verso la democrazia", il mondo democratico festeggia; un altro passo verso la pace e l'uguaglianza.

Shhhh nessuno osi ricordare come la Democrazia è stata raggiunta: meglio non ricordare i circa quindici mila raid aerei, meglio non ricordare la presenza di mercenari e intelligence(1); ma soprattutto meglio non ricordare la collaborazione tra il brutale e oppressivo Gheddafi e i buoni e generosi presidenti delle nazioni di tutto il mondo. Shhhhh Meglio non ricordare l'uso della brillante strategia due pesi due misure: Israele bombarda Gaza e ci sono forse lievi ammonizioni verbali, le multinazionali fanno i loro giochi in Africa e shhh

Cosi come arrivò la democrazia con le bombe USA in Iraq "attraverso la sostituzione di Saddam Hussein con un altro dittatore maggiormente disposto a collaborare(2)", in Libia sulla scia delle rivolte che hanno modificato gli assetti geopolitici delll'Africa del Nord i Paesi Democratici hanno potuto scatenare la loro consueta diplomazia attraverso bombardamenti,addestramento, rifornimento armi etcetc.

Ma d'aldtronde Gheddafi andava cacciato:"Libya is rich in oil, and though the US and UK have often given quite remarkable support to its cruel dictator, right to the present, he is not reliable"(3) Allora meglio non ricordare che, ad esempio l'Italia nel 2010 ha esportato in Libia un totale di 100,659,681 euro di armamenti (4).
Ormai è un fenomeno comune: prima supporti il dittatore, quando i tuoi interessi cambiano o quando delle variabili intervengono a mutare il contesto, lo molli e fai in modo di passare per buono, cercando di non far uscire i tuoi precedenti. Come dimenticare il supporto a Bin Laden negli anni Ottanta per cacciare i russi dall'Afghanistan?(5)

Allora felicitiamoci, sta arrivando la Democrazia!

Note

(1) Paolo Sensini, Libia 2011, Jaca Book, 2011

(2) Bernard Lewis, La crisi dell'islam,p.98, Arnoldo Mondadori editore, 2005.

(3) Noam Chomsky, On Lybia and the unfolding crises, marzo 2011, http://www.zcommunications.org

(4) "Arms transfers to the middle east and north africa", amnesty international, 2011, disponibile online qui

(5) William Blum, Con la scusa della libertà, Il saggiatore,  2005